roberto zanda

"Il primo miracolo me lo ha fatto Dio. Sono vivo. Il secondo lo faranno i medici di Aosta, salvandomi mani e piedi". La speranza di Zanda

La stessa impresa ha portato al successo due ultratraillers di Riccione, nel 2013. Questa ultramaratona, a ridosso del fiume Yucon, in Canada, si svolge in un paesaggio dove, in iverno, le temperature scendono anche a 40 gradi sotto lo zero. I due atleti hanno chiuso la gara in poco più di 21 ore, su un terreno ghiacciato di 160 chilometri

AOSTA. “Siamo realist, seppurei in un cauto ottimismo. Andiamo avanti giorno dopo giorno. Speriamo molto, ma non vogliamo creare false aspettative”. Flavio Peinetti, Direttore della Struttura Complessa di Chirurgia vascolare, Endovascolare ed Angiologia, non nega come, nelle condizioni generali buone, Roberto Zanda versi ancora in situazioni molto critiche per quanto attiene al congelamento dei quattro arti.
“Le lesioni sono molto estese – spiega il chirurgo -. Stiamo applicando terapie all’avanguardia. I medici canadesi hanno già avviato cure di ultima generazione. Poi, hanno cercato medici italiani esperti in casi di congelamento estremo. Lo abbiamo accolto consapevoli della sua gravità, soprattutto per una tempistica sfavorevole. Da noi è arrivato dopo molti giorni - puntualizza il medico - con un congelamento di mani e piedi che sfiora il 100 per cento. Prima di arrenderci tenteremo ogni possibile terapia”, assicura il dottor Peinetti.
L’ultratrailler, residente a Cagliari, ha percorso oltre 300 km, in solitaria, di Yukon Artic Ultra, la maratona più dura nei ghiacci compresi tra Canada e Alaska. Una gara che mette alla prova resistenza, capacità, allenamento dei partecipanti. Zanda non è nuovo ad imprese estreme. In questa occasione, il destino lo ha messo di fronte ad una realtà senza appello. L’impossibile. Il nulla oltre un orizzonte invisibile. L’unico spiraglio di salvezza lo ha cercato, con una forza senza precedenti, lo stesso atleta, avventurandosi in un’altra ‘maratona’, priva di un punto di arrivo.
“Si è perso – spiega Flavio Peinetti -. Era su una slitta siberiana. Ha cominciato a camminare, senza meta. E’ stato ritrovato dopo 17 ore di cammino sul ghiaccio”.
Durante questo suo vagare disperato, in un clima con temperature di meno 45/50 gradi, Roberto Zanda ha alternato momenti di lucidità al delirio, arrivando a togliersi le scarpe e i guanti. Spiega il Direttore della Chirurgia Vascolare: “Il congelamento abbassa il metabolismo con conseguente ipotermia, inducendo la persona a compiere gesti del tutto innaturali. La sua temperatura corporea era precipitata a 32 gradi. Limite oltre il quale cade ogni speranza di salvezza”.
Nei rari attimi di consapevolezza, Zanda si è rivolto a Dio, pregandolo di lasciargli la vita, anche priva di mani e piedi. Vita che per lui coincide con l’amata moglie Giovanna, arrivata, ieri, all’ospedale regionale, con la sua isola, la Sardegna e con gli amici a cui è legato in maniera fraterna.
All’ospedale ‘Parini’, l’ultratrailler è assistito dall’équipe multidisciplinare dell’ambulatorio di Medicina di Montagna, diretto dal dottor Guido Giardini, una struttura che, negli ultimi anni, ha trattato, con successo, altri casi di congelamento estremo. Entrambi i reparti sono un’eccellenza italiana, riconosciuta dal Ministero della Salute. Famigliari e amici di Roberto Zanda contano molto sulla professionalità di questi medici. La più ottimista è la moglie“Spero tanto – dice -. Roberto è assistito da dottori in grado di fare anche miracoli. Sono convinta che per mio marito il miracolo avverrà”, dice.

s.l.

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