caso sociale

Famiglia incivile non perde il diritto di abitare in case popolari, dopo tre lettere di richiamo. L'assistenza sociale decreta la mobilità. Arer con le mani legate.

Non è il primo caso e, purtroppo, non sarà l'ultimo. In assenza di una normativa che attribuisca maggiori poteri alle istituzioni diventerà sempre più problematico assicurare una convivenza civile fra inquilini. La famiglia della media Valle sta sconvolgendo il quotidiano dei vicini. Che sollecitano una revisione delle leggi relative. L'Agenzia Regionale Edilizia Residenziale non ha, ad oggi, altre fonti legislative a cui attingere per esaudire le aspettative di chi, a ragione, rivendica il diritto ad un quieto vivere.

AOSTA. Quando l’inciviltà viene ‘accompagnata’ da una tolleranza ingiustificabile. Un ‘buonismo’ controproducente in una società civile che, nonostante tutto, si dimostra comprensiva di fronte all’infanzia rubata.
Vicenda tutta italiana quella in oggetto. Il fatto. Una famiglia residente in un condominio di un Comune della media Valle sta condannando, da anni, le altre famiglie, proprietarie degli alloggi, a sopportare il suo comportamento scorretto. Urla, rumori molesti all’interno dell’appartamento a tutte le ore, nessun riguardo per la privacy dei vicini. I tre figli minori e incolpevoli si comportano, seguendo la linea famigliare. Addirittura, li hanno visti chiedere l’elemosina, per strada. I bambini sono stati affidati ad una casa famiglia, ma dopo un anno, due sono rientrati; il terzo continua ad essere ospite.
Le lamentele, continue e pesanti, sono arrivate sulle scrivanie dell’Arer, titolare dell’alloggio di edilizia residenziale e amministratore del condominio.
“Abbiamo, nell’immediato, coinvolto il sindaco, indetto una riunione per illustrare il caso e recapitato al nucleo famigliare una prima lettera. Richiamo caduto nel vuoto. Gli uffici hanno, quindi, scritto altre due lettere che, da quanto sappiamo, non sembra abbiano sortito l’effetto desiderato”. Patrizia Diémoz presidente dell’Agenzia Regionale Edilizia Residenziale, fissa l’interlocutore, prende la documentazione relativa al caso e dichiara: “Con tre lettere di richiamo decade, in automatico, il diritto ad usufruire dell’alloggio popolare. Lo sancisce il regolamento Arer, non i singoli dipendenti - puntualizza -. Abbiamo chiesto, inoltre, al sindaco le modalità da seguire per arrivare ad una soluzione rispettosa delle leggi e delle famiglie”.
Risultato: il primo cittadino ha convocato le assistenti sociali che hanno sovvertito la richiesta dell’Arer. Al nucleo famigliare, quindi, non può essere revocato il diritto ad abitare in una casa popolare, ma applicata la mobilità. Della serie: la famiglia verrà, forse, trasferita in un’altra abitazione popolare di proprietà Arer e costringerà altri inquilini o proprietari a convivere con la loro inciviltà. La presenza dei minori e la mancanza di lavoro dei genitori hanno giocato un ruolo fondamentale per permettere di bypassare la normativa e di rendere l’Agenzia impossibilitata a dare corso a quanto definito dal suo regolamento.
La situazione descritta sta originando un forte malcontento. Il timore di molti è che potrebbe anche accadere l’irreparabile. La maleducazione del nucleo famigliare ha raggiunto limiti insopportabili. ”Certo – sbottano proprietari e inquilini – sanno di essere protetti, intoccabili”. Tentano di sensibilizzare le assistenti sociali, lanciando loro la classica sfida: “Venite a trascorrere un giorno nelle nostre case e vediamo se sareste disposte a sopportare quello che, da anni, ci sobbarchiamo noi giorno e notte. Ma non è proprio possibile rivedere i termini di una la legge che sembra proteggere i maleducati, lasciando allo sbaraglio chi vive nel rispetto degli altri?”, l’interrogativo inquietante posto dai condomini. Rimarcano di essere “stanchi” di sopportare quelle che etichettano “autentiche ingiustizie sociali, insopportabili soprusi”. E concludono: “Adiremo le vie legali per conto nostro”.

Sandra Lucchini

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